Dolce Sonno
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All'atto dell'unità d'Italia (1861), Napoli risultava la maggiore città del Paese, con ca. 440.000 ab.; nell'ultima parte del secolo, tuttavia, la popolazione cresceva in misura (25%, per 547.000 ab. al censimento del 1901) nettamente inferiore ad altre grandi città (per esempio, Milano: +155%, ovvero da 192.000 a 490.000 ab., nello stesso periodo). Ciò si doveva, sostanzialmente, all'inevitabile difficoltà di competere con centri già economicamente più avanzati, ma soprattutto situati in posizione ben diversamente favorevole rispetto al “cuore” europeo della rivoluzione industriale. Le misure adottate, all'inizio del Novecento, in favore delle attività produttive napoletane e le nuove tendenze dei movimenti migratori (per cui Napoli diveniva meta intermedia o finale di ingenti flussi provenienti dalla Campania e dall'intero Mezzogiorno) manifestavano i loro effetti attraverso incrementi di popolazione ben più rapidi: +22% al 1911 (668.000 ab.) e ancora +15% al 1921 (770.000 ab.). Le restrizioni degli spostamenti interni, nel periodo fascista, frenavano nuovamente la crescita fino agli anni Trenta (865.000 ab. nel 1936), ma nel secondo dopoguerra essa riesplodeva, facendo toccare all'unità comunale, ormai per larga parte occupata dall'agglomerato edilizio compatto, prima il traguardo del milione di ab. (1951) e poi la punta massima di 1.227.000 ab. (1971). La limitata disponibilità di spazio aveva determinato una fortissima intensificazione della densità abitativa, che nel centro storico (ovvero la città ottocentesca) raggiungeva punte di 50.000 ab./km2. E se questa parte centrale dell'area urbana aveva cominciato a perdere popolazione già dagli anni Cinquanta, dimezzando la propria incidenza demografica (dal 50% al 26% del totale comunale) nel periodo 1951-81, dagli anni Settanta del sec. XX era l'intero aggregato a manifestare sintomi sempre più marcati di decentramento residenziale: -1,2% nel decennio 1970-1980, ma ben -12,8% nel successivo, per cui, al censimento del 1991, la popolazione del comune era tornata quasi ai livelli del 1951. Napoli è da tempo molto urbanizzata e respinge abitanti dal degradato centro storico: così la popolazione, secondo la stima Istat del 2000, è scesa a 1.020.120 ab., proseguendo nel decremento lento e costante registrato già a partire dagli anni Ottanta del sec. XX. Anche la popolazione della provincia (3.110.970 ab. nel 2000) registra un leggero calo, ma la dinamica demografica non è uguale per tutti i comuni: infatti, mentre i centri delle zone più interne vedono diminuire ancora il numero degli abitanti, quelli della parte costiera presentano aumenti di popolazione ed estesa urbanizzazione. La zona partenopea, in particolare, rimane un’area di forte addensamento umano, come testimonia il valore della densità della provincia di Napoli (2657 ab./km2), con tutti i problemi connessi, primo fra tutti quello del traffico, che è forse più grave rispetto a qualunque altra zona d'Italia.
Neapolis (in greco città nuova) sarebbe stata preceduta da una Paleopolis (città vecchia) e da una Parthenope, fondazioni di Greci, presenti sul golfo fin dal sec. VII a. C., ma il problema, di natura archeologica, rimane aperto. Certo concorsero alla formazione della città esuli da Cuma, occupata dai Sanniti nel sec. V a. C. Di origine comunque greca, Napoli entrò nell'orbita romana nella seconda metà del sec. IV a. C. e rimase fedele a Roma contro Pirro e contro Annibale. Eretta a municipio (90 a. C.), fu coinvolta nelle guerre civili del sec. I a. C. e ne riportò gravi danni. In età imperiale, fu largamente favorita dagli imperatori e sviluppò le sue risorse di importante scalo marittimo, di sbocco di un ampio retroterra e di centro culturale. Odoacre vi confinò l'ultimo imperatore d'Occidente, Romolo Augustolo, nella sontuosa villa di Lucullo. Conquistata dagli Ostrogoti (493), solo alla fine della guerra greco-gotica passò dopo gravi sofferenze all'amministrazione bizantina (553) come capitale di un ducato largamente autonomo.
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